Hanno insegnato a parlare e a scrivere in inglese a migliaia di aquilani. Generazioni di studenti di tutte le età sono passati prima nella piccola sede di via S. Benedetto in Perillis e poi in quella storica di via Marrelli, con le aule che affacciavano su piazzetta Machilone (foto sotto).
Dopo 43 anni di attività – era il 1975 quando iniziarono a tenere i primi corsi - Marion Cadman e suo marito Mark Irvine - per molti, semplicemente, Mark&Marion - lasciano la guida della English School of L’Aquila.
L’istituto, però, non chiuderà. Dal primo gennaio passerà sotto la guida di Andrew Laird, scozzese, già direttore dell’Anglo American Centre di Cagliari.
Anche Mark e Marion continueranno a insegnare e non abbandoneranno L’Aquila, divenuta ormai, a tutti gli effetti, la loro città, malgrado, in questi anni, i legami con la Gran Bretagna si siano sempre mantenuti forti.

“Sentiamo che è ora di lasciare” ha scritto Marion in un lungo e sentito post pubblicato su Facebook per comunicare il passaggio di testimone e ringraziare tutti i suoi ex studenti: “In questi 43 anni di attività abbiamo visto tante cose. Abbiamo visto L'Aquila cambiare da quello che era nel 1972 (pochi anni dopo l’apertura dell’autostrada) alla città piena di vita e luce che era diventata nei primi anni del 2000. Insieme a voi abbiamo vissuto il terremoto e abbiamo condiviso le sofferenze e difficoltà che ne sono conseguite. Ma abbiamo anche visto l'energia e impegno con i quali la città cerca di risollevarsi”.
Abbiamo rivolto a Marion qualche domanda non solo per ripercorrere la sua storia e quella di Mark all’Aquila ma anche per sapere come è cambiato, in tutti questi anni, l’approccio all’insegnamento e all’apprendimento dell’inglese.
Abbiamo scoperto che la fama che hanno gli italiani di pessimi conoscitori e parlatori di lingue straniere, se non infondata, è sicuramente immeritata (c’è chi è messo peggio, ci dice Marion, per esempio gli inglesi) e che oggi si usa un metodo di insegnamento basato non tanto o non più sullo studio mnemonico della grammatica e del vocabolario ma piuttosto sulla valorizzazione della conversazione e dell’uso spontaneo della lingua, coinvolgendo direttamente e attivamente gli studenti
Anche il profilo di chi decide di buttarsi nello studio dell’inglese si è evoluto. Se negli anni Settanta e Ottanta erano soprattutto professionisti, manager e quadri aziendali a seguire i corsi, oggi in aula siedono fianco a fianco lo studente delle superiori che vuole ottenere una certificazione Cambridge e il nonno che ha deciso di iscriversi per poter imparare a comunicare con i propri nipoti che vivono all’estero con i figli emigrati.
Marion, come e quando tu e Mark arrivaste all’Aquila?
Arrivammo qui nel 1972. Appena laureato, Mark fu chiamato come lettore all’Università. E io lo raggiunsi.
Da una metropoli come Londra - che in quegli anni era un punto di riferimento per tutti i giovani occidentali per tutto ciò che ruotava intorno a musica, arte e costume – a una piccola città di provincia come L’Aquila. Cosa ricordi di quegli anni? Quale fu il vostro impatto con la realtà aquilana?
Affascinante, in quanto totalmente diversa da Londra per regole e modi di fare, che appartenevano ad un’altra epoca. Io ebbi qualche difficoltà di adattamento, perché non godevo delle stesse libertà a cui ero abituata in Inghilterra. La libertà di uscire da sola la sera, per esempio, di andare in qualche locale: semplicemente non ce n’erano. Mark trovò fin da subito la città molto vivibile per le sue dimensioni. Ha sempre apprezzato, prima del terremoto, il fatto di poter fare tutto senza usare la macchina e anche poter arrivare in montagna in pochi minuti. La gente era molto accogliente e anche un po’ curiosa. Gli aquilani ci hanno fatto conoscere sapori e tradizioni che abbiamo imparato ad apprezzare molto, nel tempo.
E’ vero che all’inizio aveste difficoltà a trovare una casa perché nessuno voleva affittarvela in quanto stranieri?
Sì anche se non so se il problema fosse l’essere “stranieri” o semplicemente “forestieri”. Certo eravamo giovani e non offrivamo garanzie. Abbiamo alloggiato il primo anno nelle stanze che usavamo per insegnare.
Vi siete mai sentiti discriminati o offesi in quanto stranieri?
No, perché capivamo che eravamo noi i visitatori in una cultura monolitica e fortemente tradizionale.
Veniamo alla scuola. Vi ricordate la vostra prima sede? Dove si trovava?
All’inizio affittammo due stanze in via S. Benedetto in Perillis, dietro la pizzeria Vesuvio, da una famiglia che avevamo conosciuto grazie al lavoro di Mark all'università. Poiché, come ho detto, non trovammo un alloggio, il primo anno la scuola fu anche la nostra casa. La camera da letto di giorno diventava un’aula, la cucina e la doccia non c’erano. Ma le due stanze erano bellissime, piene di luce e con il pavimento lucidato.
Aveste difficoltà a trovare i primi allievi?
Come regalo di nozze stampammo dei manifesti e prendemmo in prestito un altoparlante, con cui girammo la città annunciando la nostra presenza. Nel giro di pochi giorni fuori la porta avevamo una fila di persone lunghissima. La cosa bella dei nostri primi gruppi era il mix sociale. Mi ricordo ancora un gruppo composto da un primario, un negoziante, due studenti universitari, un avvocato e un agente di viaggi.
All’epoca in Italia l’insegnamento dell’inglese era ancora poco diffuso. Quando iniziarono a cambiare le cose?
Noi riscontrammo un grande interesse fin dall’inizio. Avevamo un’aula e mezzo e la scuola era sempre piena. In più andavamo tutte le mattine in Siemens a fare corsi a dirigenti e tecnici.
E oggi com’è la situazione? Gli italiani continuano ad avere la nomea di un popolo con scarsa dimestichezza con l’inglese e in generale con le lingue straniere Da cosa dipende, secondo voi, questo ritardo?
In realtà la nazione che si dovrebbe vergognare del proprio record negativo in fatto di conoscenza di lingue straniere è proprio la Gran Bretagna, che ancora una volta si sta chiudendo, con la Brexit, in uno "splendido isolamento". In Inghilterra si può smettere di studiare una lingua straniera a tredici anni. Gli italiani si difendono bene. E tra le nuove generazioni ci sono molti ragazzi praticamente bilingui.
Come sono cambiati, in tutti questi anni, l’approccio all’insegnamento e quello all’apprendimento?
Un mio primo ricordo legato all’insegnamento è questo. All’epoca avevo 24 anni e tra i miei allievi c’erano uomini adulti e professionisti. Quando ridavo loro i compiti corretti mi chiedevano quasi tremando: “Quanti errori ho fatto? Sono gravi?”. Noi non interrompevamo chi stava parlando per far notare gli errori e questo all’inizio creava molto disagio. Gli studenti consideravano l’accuratezza più importante rispetto alla scioltezza e alla comunicazione. Adesso si parla di approccio Can do, ossia delle cose che uno studente riesce a fare con la lingua e si valuta l’apprendimento in modo positivo e non negativo. E’ stato un cambio di metodologia molto liberatorio, avvenuto grazie al Consiglio d’Europa e alla Common European Framework, che ha democratizzato molto il processo di apprendimento. Noi facevamo parlare gli studenti tra loro, in coppia, in modo che acquisissero maggior scioltezza fin dal primo livello. Oggi lo fanno tutti.
A che età bisognerebbe iniziare a studiare l’inglese?
Bella domanda. Noi abbiamo ottimi risultati con i bambini che cominciano intorno ai nove anni. Si può anche iniziare prima ma abbiamo trovato che delle volte i bambini si stancano. Studi longitudinali hanno dimostrato che i vantaggi nell’iniziare da piccoli sono due: un senso di piacere nell’apprendimento, che diviene un fattore molto motivante, e un livello di comprensione della lingua parlata un po’ più alto. L’importante è che un bambino approcci un’altra lingua dolcemente e con piacere. Avvicinarsi ad un’altra lingua ha un fascino particolare per un bambino.
Molte persone credono che, superata una certa età, sia sempre più difficile imparare un’altra lingua. E’ così oppure è solo una scusa per non ammettere la propria pigrizia?
Indubbiamente è più difficile ma è perfettamente fattibile. Abbiamo avuto tanti studenti pensionati e tra i nostri allievi cresce il numero dei nonni, motivati dal fatto che hanno nipoti nati in paesi stranieri.
Il terremoto vi ha portato via tutto: la vostra casa, la vostra storica sede di Piazza Machilone. Avete mai pensato di andarvene, di tornare in Inghilterra? Cosa vi ha spinto a rimanere?
Non credo sia stata una scelta. I nostri figli sono nati qui e sono aquilani convinti, anche se il lavoro li ha portati o li porterà altrove. La nostra vita e il nostro lavoro erano qui, ed è il lavoro che ti dà stabilità in momenti tempestosi. E poi insegnare è quello che sappiamo fare! Dopo il terremoto l’aspetto sociale dell’apprendimento in gruppo è stato molto importante. La gente aveva bisogno di luoghi di aggregazione. Penso che i valori personali subiscano un cambiamento in momenti così difficili e le cose materiali perdano di importanza.
Anche dopo che avrete venduto la scuola, continuerete comunque a vivere all’Aquila?
Sì, anche se magari divideremo il nostro tempo tra L’Aquila Oxford e Chicago, dove vive nostro figlio e adesso anche la nostra nipotina. Per questo anno accademico lavoreremo alla scuola come insegnanti. E’ sempre stato l’insegnamento a darci soddisfazione.
Cosa vi piace di più dell’Aquila?
In primo luogo il clima. L’aria dell’Aquila non ha paragoni. Mi sento a casa appena la respiro. Poi è una città dove tutto sommato ci sono rispetto del prossimo e amore delle tradizioni. Il pane casereccio aquilano è diventato assolutamente indispensabile per noi. Ci mancherebbero i nostri ristoranti preferiti, per non parlare della magnifica natura. Poi, dove altro si può andare a sentire splendidi concerti per 8 euro o trovare attività sportive cosi accessibili? L’Aquila ha un forte senso di identità e di orgoglio civico e questo è prezioso.
Cosa, invece, non vi piace?
A volte trovo difficile il dialogo. A scuola gli studenti si aprono e si esprimono. Nella vita privata si tende invece a dare molte cose per scontate, senza veramente scambiare idee e mettersi in discussione. Le persone tendono a rimanere sulle proprie posizioni. E poi non mi piace che si festeggi S. Agnese.
Per cosa preferite l’Italia all’Inghilterra? E per cosa invece preferite l’Inghilterra all’Italia?
L’Italia per l’eleganza, l’attenzione che la gente mette nel vivere quotidiano. L’Inghilterra per la maggiore apertura della gente.
Da inglesi, come avete vissuto e state vivendo la Brexit? Pensate sia stato un errore votare per uscire dall’Europa?
E’ stato un terribile errore. Ancora non ci crediamo e speriamo che il processo possa ancora essere fermato. E’ un incubo.