Pubblichiamo un contributo del collega Rai Paolo Rico, nel giorno del 13esimo anniversario della scomparsa dell'indimenticabile Jo' Kappa, Giuseppe Massari, giornalista aquilano e lucido precursore della tv di strada, quella estranea alle conferenze stampa patinate. Buona lettura.
Avrebbe avuto tanto da fare adesso il nostro Jo' Kappa: preso tra l'ennesima perlustrazione in centro, telecamera in spalla, a seguire le dinamiche della ricostruzione post-terremoto, e l'immancabile giro al mercato, a registrare, microfono sull'in, l'inquietudine e l'ironia della gente.
E' a cagione di ciò - 13 anni dopo il suo improvviso congedo, ad appena 44 anni - che mi pesa quest'assenza: un vuoto avvertito, invero, da tutti. Per l'estensibilità professionale di Jo' ad abbracciare gli eventi; per l'intensità della cifra etica nel restituire la cronaca. Uscito troppo presto di scena, ci accorgiamo - constato - che quel 'vuoto' rimane: nel colore del suo plan come nel calore della sua personale lettura della quotidianità. Un esercizio di professionalità: malcelata da una spacciata ingenuità iconica, ma esaltata da una totalità filmica, desumibile da quella propensione ad una tivì di strada immediata e descrittiva, talvolta, iterata e perfino anticipabile; sempre volta, però, ad una fotografia catch all: davvero panoramica, assimilabile, effettuale, sintetica, denotativa; da reportage, insomma. Come aveva compreso non tanto l'estimatore dell'opera di Jo', piuttosto ogni improvviso osservatore, anche quello seccato della profonda surgery (sic!), con cui riconosco maestria interna alla survey, obbligatoriamente esteriore della telecamera di Jo'.
Detta così ha più il sapore di un encomio postumo quest'analisi tecnica dell'opera del Nostro. Invece, si tratta di argomenti, più volte squadernati direttamente sul campo, battuto assieme a Peppe nella quasi quotidiana relazionalità redazionale. In quel contesto, che provoca "il disprezzo nei giornalisti per tutto ciò che va oltre il necessario ed il comprensibile", ripeteva Karl Kraus, feroce autore di satira e di aforismi (e tra questi, anche la censura per i cronisti, considerati "muti davanti allo spirito, perplessi di fronte all'azione"). Forse, tanto più oggi, quando l'overload dell'informazione allontana da una sana ortoresia comunicativa. E proprio questo virtuoso prodotto della triangolazione evento/fonte-medium-opinione pubblica perseguiva Jo' Kappa, anticipando la perseguita neutralizzazione (sta avvenendo nella presente stagione) del psyops: del tecnicismo sviante; dell'informazione ingannevole e adulterata.
"L'assenza di un nesso di causalità fra azione e motivazione - ha scritto Umberto Galimberti (L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Milano, Feltrinelli 2007, pag. 49) lascia intendere la completa mancanza di (...) empatia, (...) propria di (...) un'educazione emotiva e dell'animo": come si era accorto per tempo Jo', dimostrando, con Ezra Pound (canto LXXVII), che "savoir ce qui précède et ce qui suit vous aider à mieux comprendre ce qui se passe" lungo il discreto itinerario di 'inquadratura', 'senso', 'esito televisivo', 'elaborazione' da parte del telespettatore. Perché "se ti riuscisse di scrivere (filmare) senza una cancellatura, senza un ritocco - si è interrogato retoricamente Cesare Pavese nel suo Il mestiere di vivere, 1960, pag. 414 - ci prenderesti ancora gusto?".
"No!", avrebbe risposto Jo', certo a rifuggire dall'arabesco, ma per premiare la 'verità' professionale, il suo valore adamantino.
Questo cristallo trasparente rimane in me con Jo', il cui lascito va onorato con un'operazione culturale di approfondita e critica conoscenza e di diffusione (editoriale, ad esempio, nella scuola) della sua migliore lezione di linguaggio tecnico e di morale civile. Non mancano lodevoli precedenti, ma è tempo di strutturare ed ottimizzare finalmente un'organica rivisitazione in tal senso del lavoro di Jo'.