Venerdì, 08 Gennaio 2016 11:05

Cultura contadina ed autenticità esistenziale, il boom di “Così parlò zi ‘Ntonie, l’analfabeta”

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Di Paolo Martocchia* - Un libro di rottura, controcorrente, con più di una spinta “rivoluzionaria” sull’abruzzesistica di genere, ma anche un monito nei confronti degli editori, grandi e piccoli, sempre alle prese con autori da scovare ma poco perspicaci nell’affrontare tematiche d’impatto forte e gentile, per rimanere in regione.

Così parlò Zi’ Ntonie, l’analfabeta (Europa Edizioni, [Roma] 2013, pp. 276), il volume di Eliabà, alias Donato De Francesco, già sindaco di Sant’Eusanio del Sangro, non è un volume qualsiasi sulla cultura contadina d’un tempo: la riprova c’è stata lo scorso 27 dicembre, a Pineto, quando per la presentazione del volume a Villa Filiani si è registrato il tutto esaurito.  

Nel poema fondativo dell’Induismo - il Mahabharata, la più imponente opera scritta, che occupa trenta volumi - l’eroe Yudisthira, per non venire meno alla parola data, è costretto a giocarsi il suo regno a dadi; perde, combatte, causa moltissimi morti, riconquista il regno, e deve accettare di diventare re; non vorrebbe, perché la politica comporta compromessi e sotterfugi, ma deve farlo, perché è dovere e destino dello khsatria, il guerriero vincitore. Sua moglie Draupadi è violentata dal re nemico, Duryodhana, e allora, colma di rabbia, affronta il marito e gli dice: tu che segui la via del bene hai mille nemici e tormenti, Duryodhana, che segui la via del male, prospera tronfio e felice. La divinità non tratta le sue creature come un genitore, ma gioca con esse come una bambina con le bambole; la divinità è contaminata dal male che permette. Yudisthira si limita a rispondere alla moglie di essere paziente nelle avversità. Dopo quindici anni di durissime lotte, nelle quali perde moglie, fratelli ed amici, in un bosco gli si fa incontro il dio Indra, che gli dice: “Vieni con me in Paradiso, te lo sei meritato!”. Ma Yudisthira è seguito da un cagnolino a lui fedelissimo, e replica al dio che non può abbandonare chi gli è leale. Indra replica: “Ora tu sei immortale, e gusterai le gioie del Paradiso; rinuncia al cane; non c’è nulla di crudele in questo!”. Al che, Yudisthira risponde: «Non posso abbandonare chi è in pericolo, o chi mi è fedele, o chi è senza amici e afflitto, o chi è incapace di difendersi, o chi è in pericolo di vita, dovesse costarmi la mia, di vita. Questa è la mia inviolabile promessa!». Alla fine, la lealtà del cavaliere viene premiata: il cagnolino si rivela essere il dio Dharma, che porta Yudisthira in Paradiso con sé. Ma in Paradiso, Yudisthira vede il re nemico, Duryodhana, che banchetta sontuosamente: è stato premiato dagli dei perché non ha mai indietreggiato davanti al nemico; e, dal Paradiso, Yudisthira vede tra le fiamme dell’Inferno, sua moglie, i suoi fratelli ed i suoi amici. “Questo è troppo, gli dei violano la giustizia!”. Yudisthira non accetta l’imperscrutabile volere divino; perde il Paradiso, gli dei lo immergono nelle acque del sacro Gange, dimentica tutto, e viene riportato sulla terra: rinasce, e riprende il cammino, avendo il cagnolino a fianco: per un cavaliere irriducibilimente assetato di giustizia, l’unico Paradiso possibile è camminare avendo a fianco l’amico più fedele.

Sono le infinite sapienze rifluite in questa storia - provenienti da quelle che il grande Giambattista Vico chiamava le sterminate antichità - ad essermi venute in mente quando ho letto appassionatamente questo libro di Donato De Francesco. Non temo di sostenere che Donato De Francesco è, oggi, uno dei pensatori più significativi su scala planetaria, e che Così parlò Zi’ Ntonie, l’analfabeta, è il libro da leggere per tutti coloro che hanno veramente a cuore il destino dell’umanità.

Il volume del Prof. De Francesco è una grandiosa apologia antintellettualistica della civiltà contadina a svantaggio di quella urbana, con picchi di abissale profondità, come quando assimila lo spirito alla ragione, e spiega la prima Beatitudine di Gesù come un invito a dare poco spazio alla ragione, o come quando osserva che le cellule cancerose sono le cellule più intelligenti, o come quando nota che la campagna è raggiunta quando si vogliono evitare epidemie e pestilenze.

Per capire la disperazione a cui la cultura cittadina moderna ha portato, occorre comprendere l’atmosfera culturale che caratterizza la modernità, nel suo distaccarsi da Medioevo, Umanesimo e Rinascimento. Ebbene, detta atmosfera ha un padre in sede religiosa, Martin Lutero, che ruppe l’unità religiosa della cristianità occidentale, ed affermò il principio del libero esame della Bibbia, ed un padre in sede filosofica, Renato Cartesio, che volle ricostruire da capo l’edificio del sapere, dopo aver fatto piazza pulita dell’eredità della Tradizione.

È a Cartesio, in primo luogo, che si deve l’affermazione del principio di libertà in sede teoretica, con la connessa e definitiva cesura con la tradizione che ravvisava nella filosofia l’ancella del sapere teologico. Il principio dell’autosufficienza della ragione, condusse infatti ben presto i più importanti pensatori moderni a respingere l’attingibilità per via razionale della dimensione soprannaturale. Nell’ambito della speculazione filosofica dell’Occidente, il pensiero, assurto a principio di determinazione ontologica, si riconobbe a volte limitato - approdando ad esiti relativisti, scettici e problematici, a volte illimitato - dando luogo a prospettive idealistiche, panteistiche e necessitaristiche, e in altri casi ancora coinvolto nel destino della materia e del cosmo, approdando così ad esiti materialisti e deterministi; in sede politica, tutte queste prospettive hanno contribuito all’affermazione di forme di totalitarismo ed assolutismo, di necessità vulneranti proprio quel principio di libertà in sede teoretica, per affermare il quale esse erano sorte.

Sul piano più propriamente religioso, allorché tramontò l’idea di un rapporto personale di illuminazione, intercorrente tra Dio e l’uomo, che aveva supportato in ambito protestante la sostituzione della dottrina del “libero esame” al tradizionale riferimento al magistero della Chiesa quale fonte di una retta ermeneutica della Parola rivelata, ne risultò l’elevazione del singolo individuo al rango di creatore ed arbitro assoluto delle proprie dottrine religiose, sì che, da questo punto di vista, il liberalismo assunse la veste di oppositore di ogni appello all’esistenza di una dimensione oggettiva del credo religioso cristiano.

In tale prospettiva, il consenso degli individui diveniva di per sé principio di legittimazione del potere politico, del quale - in assenza di istanze superiori - era inevitabile l’ipertrofizzazione e la trasformazione in potere assoluto, con la conseguente conversione dello Stato liberale nello Stato totalitario. Ma lo Stato che schiaccia i cittadini non ne esprime più l’anima profonda, non si fa portavoce più delle loro istanze; l’uomo, privo della reale percezione di una base oggettiva del credo religioso, del pensiero filosofico, e dell’agire politico, si ritrova solo con se stesso, e la prospettiva della morte sicura lo precipita nella disperazione: Emil Michel Cioran scrive Al culmine della disperazione… Per un pensatore radicalmente tragico come Cioran, il vero dramma, la vera sconfitta non è la morte, ma la nascita; se riuscissimo a comprenderlo, la nostra vita sarebbe il tranquillo riposo del vinto. La disperazione esplode quando, con l’immane caneficina della I Guerra Mondiale - denunciata dal Papa genovese, Benedetto XV - cadono le illusioni di un progresso indefinito; guarda caso, la corrente filosofica che mette a tema la disperazione - l’Esistenzialismo - nasce nel 1919, un anno dopo la fine del predetto conflitto. Esso si pone ben presto come un pensiero tragico, cioè come la visione secondo cui la vita umana è irrimediabilmente in preda al male, e a tre forme di nulla: 1) L’assenza di senso degli enti; 2) L’assenza di significato del mondo; 3) La cessazione della vita con la morte. Dio è ormai lontano.

Accogliamo la lezione di Pietro Prini, che ci invita a individuare quanta ambiguità si nasconda nella triade giovinezza-bellezza-amore, con i corollari della fama e del successo. Nel 1962, Pietro Prini, inaugurando il Corso di Filosofia Teoretica dell’Università di Perugia, osservò che i credenti che dicono di filosofare mettendo tra parentesi la loro fede si stanno comportando in maniera ludica, cioè - detto in altri termini - stanno scherzando. Infatti, o la domanda sul senso della vita coinvolge tutto me stesso, e allora debbo rinunciare alla sicurezza della fede, o io non rinuncio alla sicurezza della fede, e allora la domanda sul senso della vita cessa di essere seria, e si riduce ad una semplice civetteria: fede e dubbio sono cioè incompatibili. Trentatré anni dopo, intervistato nel 1995 da una giovane studiosa, Prini ammise di essersi convinto del contrario; di essersi convinto, cioè, che il dubbio è il terreno indispensabile al sorgimento della fede. «In un mondo che può essere descritto come un sistema di necessità, la fede non avrebbe posto, se non eventualmente come una specie di subscienza destinata a scomparire nel compimento del sapere […]. Nella condizione della nostra avventura terrena la fede può esistere soltanto in un mondo che comporti la possibilità di non essere quello che è e di essere quello che non è: un mondo, come direbbe Gabriel Marcel, che comporti delle “[lacerazioni] reali”, un mondo che possa essere davvero “il luogo dello smarrimento e della disperazione”»2, e quindi un mondo nel quale sorga effettivamente lo spazio per quella invocazione che segna l’ingresso nella dimensione della fede: «O Dio, vieni a salvarmi! Signore, vieni presto in mio aiuto!». Donato, grazie per averci…donato questo stupendo libro!

*giornalista e saggista abruzzese

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