Dopo il sisma del 24 agosto che ha colpito il Centro Italia spesso ci si interroga sul "modello L'Aquila". Le possibili risposte sono complesse e molteplici. Ci sono però alcuni dati oggettivi da cui partire per provare a dare un'interpretazione.
Partiamo da un fatto: la ricostruzione pesante in centro storico è iniziata da poco più di un anno, ma la città è in gran parte ancora reputata "Zona Rossa", poco abitata e da mettere dunque, per ampi comparti, ancora in sicurezza. E, nonostante la periferia sia stata in buona parte ricostruita, non si può dire la stessa cosa delle frazioni.
Questi i dati aggiornati al 30 agosto 2016 sugli sfollati post sisma del 2009 ancora ospitati nel Progetto Case (le cosiddette New town Berlusconiane) e nei Map (Moduli abitativi priovvisori in legno): in totale - come riporta l'Assessorato competente in assistenza alla popolazione - sono 10.887.
8.685 persone (3.364 nuclei familiari) nel C.A.S.E. e 2.202 (1.109 nuclei famiari) nei MAP.
Gli alloggi attualmente lasciati liberi nel Progetto Case sono 347. Ricordiamo che queste sono costruzioni definite "durevoli", costruite quasi tutte nell'estrema periferia cittadina ed entrate nel 2011 a far parte dell'erario del Comune, che le ha ereditate dalla Protezione civile. Una situazione difficilmente gestibile a livello di spese e manutenzione, per i costi schizzati alle stelle ad esempio per la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade, il taglio delle siepi, i trasporti ecc. Una situazione che evoca lo spettro del default, tanto più che nei quartieri costruiti peggio, sono caduti (senza sisma) due balconi e ne sono stati sequestrati più di cento.
Se in un primo momento, secondo l'Amministrazione, questo gran numero di abitazioni durevoli sarebbe servita - man mano che gli sfollati andavano via - ad ospitare studenti, artisti, tesserati delle squadre sportive cittadine, oggi il Sindaco Massimo Cialente ha cambiato idea e parla di abbattimento. Anche quello però, insieme al ripristino del territorio, ha dei costi enormi affrotabili solo dal Governo per precisa volontà politica.
Intanto le new town hanno iniziato ad ospitare, oltre che gli sfollati, anche i nuclei familiari "indigenti". Tra sfollati che non hanno i mezzi per cercare altre soluzioni più funzionali e vecchi e nuovi poveri per cui sono state trovate di fatto nuove case popolari (in una sorta di strano walfare sismico), stanno rimanendo per lo più in questi quartieri solo le classi più svantaggiate. Da case costose e "durevoli" dunque, stanno diventando dei nuovi ghetti lontani dalla città e per questo ancor più segreganti.
Sempre al 31 agosto del 2016, risultano 68 i "Map" liberi, strutture che inizialmente erano destinate solo ai Comuni intorno all'Aquila e che sono certamente di più facile smaltimento e dai costi più bassi (le new town costarono circa 2.500 euro a metro quadro nel complesso, un'enormità).
Va ricordato che L'Aquila, nel 2009, al momento del sisma, contava circa 70mila abitanti (più o meno gli stessi che gli si attribuiscono ora). Dopo il lungo periodo dei campi tenda (fino a nove mesi) il numero di sfollati in lista, col diritto ad avere un tetto, era di poco superiore ai 20mila. Questo solo perchè furono migliaia i cittadini che scelsero la via del Contributo di autonoma sistemazione (300euro a cranio che via via diminuirono fino alla definitiva cancellazione del provvedimento avvenuta nel 2015), contribuendo - fortunatamente quanto fatalmente - a far incontrare la domanda di appartamenti con l'offerta.
Ciò detto, non va dimenticato che ovviamente ci sono tutti gli altri Comuni del cosidetto cratere sismico del terremoto del 2009, la cui situazione in molti casi, è quella di grossi ritardo nella ricostruzione. Anche qui gli sfollati sono ospitati in villaggi Map.