Sabato, 14 Maggio 2016 06:37

"In cammino": storie di giovani migranti e del loro viaggio verso L'Aquila

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di Silvia Santucci ed Eleonora Fagnani - Secondo le previsioni della Commissione europea entro il 2017 circa tre milioni di richiedenti asilo arriveranno nel vecchio continente. Le stime si basano sul fatto che le questioni che hanno generato il flusso nel 2015 sono tuttora irrisolte. Non solo la guerra in Siria, ma anche le situazioni estremamente difficili in altri paesi come Iraq, Afghanistan, Bangladesh, costringono all'esilio milioni di persone.

Etichettata dal gergo giornalistico "emergenza migranti", la più grande crisi umanitaria della nostra epoca viene spesso ridotta a un problema di ordine pubblico da contenere con misure repressive. Riflettori mediatici e dibattiti politici centrati sul momento dello sbarco o sulle attese ai confini, alimentano da un lato immaginari respingenti e razzisti, dall'altro brevi slanci di commiserazione verso la categoria subalterna dei "meno fortunati".

Così la vita di chi è costretto a emigrare scompare dietro slogan o immagini strazianti. I trascorsi precedenti al viaggio e le vicissitudini nei luoghi di arrivo perdono d’interesse, marginalizzando l’esistenza di migliaia di donne e uomini.

Secondo i dati del Ministero dell'Interno, 113.360 cittadini stranieri risultano oggi inseriti nel sistema di accoglienza italiano. L'apparato è organizzato secondo una logica di governance multilivello. Parallelamente alle politiche migratorie nazionali, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) demanda alla rete degli enti locali competenze circa la realizzazione di progetti di accoglienza integrata sul territorio. Per attivare il sistema, gli enti locali presentano autonomamente, sulla scorta di appositi bandi, i progetti di accoglienza che vengono sottoposti all'esame di una Commissione di valutazione.

A livello territoriale, gli enti aderenti garantiscono interventi che superano la distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo misure di informazione, assistenza e orientamento che accompagnano i beneficiari dal momento del colloquio con la Commissione territoriale competente alla valutazione delle richieste d'asilo, fino all'inserimento lavorativo.

Lo Sprar all'Aquila

Dal 2011 il Comune dell'Aquila è entrato a far parte, quale ente titolare, del progetto Sprar, affidandone la gestione al Comitato territoriale Arci.

In totale 113 persone provenienti principalmente dall'Africa (Eritrea, Mali, Nigeria, Costa d'Avorio, Senegal, Somalia), ma anche dall'Afghanistan, Bangladesh, Pakistan, sono state accolte all'Aquila e a Castel del Monte (L'Aquila), dove il Comune, dopo aver messo a disposizione un centro di accoglienza temporanea, ha deciso poi di aderire autonomamente allo Sprar.

Si tratta di ragazzi giovanissimi che sono entrati nella vita della città partecipando a progetti teatrali e musicali, raccontando le loro esperienze nelle scuole così come nelle aule dell'Università, partecipando a corsi di formazione che, ad alcuni di loro, hanno insegnato un mestiere. Nel tentativo di ricostruire la loro esistenza, si sono immersi in una comunità che, a sua volta, sta tessendo la rete di una nuova socialità.

Ad esempio, Ali, che vive a Pizzoli (L'Aquila) da qualche mese, durante l'intervista ci ha detto “L'Italia mi ha salvato la vita sul mare. Voglio vivere qua, lavorare e dare il mio contributo a questa nazione".

Inizieremo oggi con un viaggio attraverso le loro storie.

La storia di Kissima

"One two three. Questo numero è la prima cosa che ricordo dopo il viaggio in mare, e l'ho portato con me fino a L’Aquila". Kissima non parla inglese ma quelle cifre le ripete nella stessa lingua in cui le ha sentite pronunciare per la prima volta, mentre indica il dorso della mano su cui erano scritte. Durante le operazioni di soccorso, i militari della marina segnavano le mani dei superstiti con una misura utile a non sbagliare il conteggio.

Kissima quel pomeriggio fu il centoventitreesimo ad essere salvato dal gommone stracolmo in avaria, tra la Libia e la Sicilia. Dopo tre giorni di traversata, quel numero scritto a penna provava la sua sopravvivenza. "Il viaggio è stato durissimo. Prima dell'arrivo della marina tre barche si sono avvicinate. Abbiamo chiesto aiuto perché eravamo senza benzina e il gommone oscillava sul mare, ma nessuno si è fermato. Allora ho pensato 'siamo tutti morti'. Quasi subito dopo la partenza dalla Libia ha iniziato a piovere, è stato terribile. Sono rimasto in piedi durante tutto il viaggio, lo spazio era poco. Sentivo parlare solo inglese, riuscivo a capire please, please (per favore, per favore, ndr), la parola che gli altri dicevano più spesso. In mare pensavo solo una cosa: che non ce l'avrei fatta. Quando ho messo i piedi sulla terra ho capito di essere salvo".

Dal Mali a Castel del Monte. Kissima ha vent'anni e da quasi due vive all'Aquila accolto nel progetto Sprar. Ha lasciato il piccolo villaggio in cui è nato in Mali giovanissimo, appena diciottenne. Quando entriamo nella stanza della sede Arci dove ci aspetta per l'intervista lo troviamo assorto nella lettura di un articolo, "Obama e il mondo che ha lasciato". E' concentrato, mentre scorre il testo pronuncia le parole con un filo di voce: "Leggo molti giornali, mi aiutano con l'italiano", ci dice sorridendo.

Inizia subito a snocciolare le vicissitudini che riempiono la sua esperienza di richiedente asilo in Italia. A novembre dello scorso anno ha impugnato il diniego ricevuto dalla Commissione territoriale incaricata di esaminare la sua richiesta di protezione internazionale. Ci racconta una vita sospesa, scandita dalle protratte attese per la prima udienza davanti al Tar. Per chi attende il riconoscimento dello status di rifugiato, ottenere il permesso di soggiorno di cinque anni per asilo è di vitale importanza. E' l'unico modo per legittimare una esistenza che, altrimenti, resta subordinata agli ingranaggi della burocrazia, tra la paura di essere rimpatriati e l'incapacità di immaginare anche il futuro più prossimo.

mali"Ho incontrato la Commissione il 12 agosto 2015. La risposta negativa è arrivata il 6 novembre. Il 18 gennaio mi hanno chiamato dal Tribunale dell'Aquila per la prima udienza del ricorso ma il giudice non c'era. Da allora è stata rinviata altre due volte, e fissata il 27 maggio. Sono molto preoccupato perché senza documenti non si può lavorare, non si può andare i giro, non si può vivere".

Per Kissima è difficile parlare di futuro. Ma l'impiego come cameriere ottenuto otto mesi fa, grazie al percorso di inserimento lavorativo promosso dallo Sprar, lo ancora a una quotidianità paragonabile a quella di qualunque ragazzo della sua età.

"Mi piace il mio lavoro. Il titolare spesso mi invita a pranzo a casa sua. Ho conosciuto tutta la famiglia, anche i due bambini. Nel tempo libero spesso gioco a calcio con gli amici, oppure vengono a casa per farmi compagnia". Ma ciò che lo coinvolge maggiormente è lo studio. "In Mali non sono mai andato a scuola. Mentre mio fratello frequentava una scuola coranica, io lavoravo come contadino insieme a mio padre. La prima volta che ho preso una penna per scrivere è stato qua in Italia. Ho memorizzato subito l'alfabeto. Imparare mi ha fatto bene, per questo appena posso studio l'italiano, leggo tutto quello che capita".

Kissima padroneggia l'italiano, alterna il racconto a battute di spirito. Sorride quasi sempre. Quando ci parla della sua vita prima dell'approdo sulle coste italiane, però, lo fa nella sua lingua, rivolgendosi all'interprete. Eppure non ha l'aria del sopravvissuto mentre descrive il viaggio durato sette mesi dal Mali alla Sicilia. Non quando parla dei lavori dai ritmi disumani che è stato costretto a fare, o delle ore di cammino nel deserto tra l'Algeria e la Libia. Tanto meno quando racconta dei trafficanti, della paura di morire in mare, del trauma dopo la traversata del Mediterraneo. Quel terribile trascorso è il suo bagaglio di vita e lo descrive così com'è, senza troppi giri di parole.

tripoliIl viaggio verso l'Italia. "Ho lasciato il mio villaggio per gravi motivi familiari, sono stato costretto. Non avevo idea di dove andare, volevo solo scappare. Sono partito solo senza dirlo a nessuno, nemmeno a mio fratello. Prima a piedi e poi con un passaggio in camion sono arrivato a Bamako, la capitale del Mali. Ho trovato un lavoro ma mi pagavano poco. Sono quindi partito per l'Algeria, avevo sentito dire che lì c'erano migliori possibilità lavorative. Ho fatto più volte l'autostop, sempre solo, fino a Tamanrasset. Quasi subito ho trovato lavoro, ma non avevo una casa, vivevo in mezzo alla strada. Dopo dieci giorni sono partito per la Libia. Con altri cinque ragazzi africani, che parlavano solo inglese, ci siamo incamminati nel deserto. E' stata durissima". 

E' stato allora che è iniziata la parte più difficile: la Libia prima, il mare poi. Intercettati nel deserto da un uomo arabo, sono saliti sul suo pickup senza fare domande, spossati dalla fatica. "Abbiamo viaggiato con quell'uomo qualche ora. Quando ci ha fatto scendere ha detto solo ‘Siamo in Libia. Dovete pagarmi il viaggio. Se non avete soldi lavorerete per me fino a quando non estinguerete il vostro debito".

Kissima ha vissuto a Tripoli sei mesi in una casa molto piccola insieme ai suoi cinque compagni di viaggio. Non potevano uscire se non per lavorare come muratori di giorno e come magazzinieri di notte. "Il lavoro era estenuante. Uscivo alle sei di mattina e rientravo alle dieci di sera. Spesso ci svegliavano alle due, perché c'erano merci da scaricare. Un giorno mi hanno detto 'hai pagato il tuo debito'. Mi sono ritrovato in mezzo alla strada, di nuovo solo".

A Tripoli c'è una piazza dove, chi non ha più nulla da perdere, resta in attesa che succeda qualcosa. Una sorta di limbo dei migranti da cui trafficanti di uomini, carcerieri, criminali attingono per traffici illeciti. Lì, Kissima ha conosciuto gli uomini che lo hanno messo su una barca per la Sicilia. "In quella piazza capita di trovare persone che ti offrono un lavoro normale, ma la maggior parte delle volte è gente che ti vuole sfruttare. Alcuni ti offrono un lavoro ma poi ti portano in galera e devi pagare se vuoi uscire. Sapevo cosa rischiavo, ma l'unica cosa che volevo in quel momento era scappare dalla Libia. Anche le altre persone con cui parlavo volevano lasciare il paese. Siamo rimasti là, finché un giorno c'è stata la possibilità di venire in Europa. Quando mi sono imbarcato non sapevo nemmeno dove stavo andando".

Gli chiediamo se, nel caso in cui avesse saputo prima cosa lo aspettava in mare, sarebbe lo stesso salito sul gommone. "Dovevo lasciare la Libia, a costo di morire sull'acqua", ci risponde.

L'arrivo in Sicilia. I due giorni successivi alla traversata trascorsi nel centro di primo soccorso a Siracusa, Kissima ce li descrive come un incubo. L'inizio della "nuova vita", per lui, coincide con il risveglio a Castel del Monte, dove, prima di trasferirsi all’Aquila per motivi di lavoro, ha vissuto otto mesi nel centro d’accoglienza messo a disposizione dal Comune. "In Sicilia è stato un inferno. Nel centro c'erano moltissime persone. Noi, gli ultimi arrivati, eravamo separati dagli altri. Con loro potevamo parlare o scambiarci sigarette solo attraverso una rete. Fare la doccia era un problema, ero terrorizzato dall'acqua, la guardavo e avevo paura di morire. Per due giorni ho avuto questo dolore in testa. Mi sono ritrovato solo dopo l'arrivo all'Aquila. Di notte ci hanno portato a Castel del Monte, ero stravolto, ho dormito. Ricordo il risveglio, le montagne che ho visto per la prima volta. Sono corso fuori per guardarle meglio. È stato bellissimo".

Gli chiediamo qual è la cosa che gli piace di più della vita in Italia. "Castel del Monte. Lì ho tantissimi amici che vado a trovare spesso. Ovunque sarò nel mondo, tornerò sempre a Castel del Monte". 

Ultima modifica il Lunedì, 16 Maggio 2016 01:08

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