Domenica, 13 Dicembre 2020 13:22

A 50 anni dalla morte di Saverio Saltarelli. Incrocio di destini / 4

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Enrico Deaglio, nel suo magnifico volume “La Bomba”, uscito per Feltrinelli in occasione del cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana (1), si è domandato come mai venne scelta proprio la Banca nazionale dell’Agricoltura per l’attentato che cambiò la storia d’Italia; d’altra parte, nelle decine d’inchieste che si sono succedute sui fatti del 12 dicembre 1969 questo tema non compare mai.

Forse per la sua collocazione politica, ipotizza Deaglio: la Bna era una banca notoriamente di destra. Rilevata nel 1936 da Giovanni Artemise, amico personale di Benito Mussolini, l’istituto di credito sarà il principale finanziatore bellico con emissione di titoli e prelievi forzosi. Amnistiato e riabilitato, finita la guerra Armenise mantenne il 40% della proprietà di Bna, facendo da editore di diversi giornali tra cui il ‘Giornale d’Italia’; morirà nel 1953 lasciando la sua eredità al nipote, il conte Giovanni Auletta Artemise, che prese le redini di un istituto che all’epoca era considerato, a ragione, la banca della destra agraria e post fascista. Spiega Deaglio che, nel primo mese dopo l’attentato, la Bna raddoppiò i suoi conti correnti; nei tre anni successivi passò da quattromila a novemila dipendenti. Tanto che nel 1971, a due anni dalla strage, il “salvatore della Lira” Michele Sindona, sostenuto da Giulio Andreotti, proverà la scalata all’istituto, con la prima Opa – offerta pubblica di acquisto – mai tentata in Italia; andrà male, e sarà l’inizio della fine per Sindona, uomo della Loggia P2 (tessera numero 0501), che morirà in carcere nel 1986, avvelenato da un caffè al cianuro di potassio.

Ma potrebbero esserci altre ragioni dietro la scelta della Banca nazionale dell’agricoltura come teatro della strage, che attengono alla collocazione geografica dell’istituto, in Piazza Fontana, a pochi passi dall’Arcivescovado dove, il 25 aprile 1945, il cardinale Shuster aveva ospitato l’ultimo tentativo di accordo tra Mussolini e il Comitato di liberazione nazionale, il comando politico militare della resistenza. Si racconta che scendendo le scale livido di rabbia per le condizioni poste dal Cln, Mussolini incrociò Sandro Pertini e capì, dallo sguardo del partigiano, che era giunto il tempo di fuggire.

Da quel giorno, erano passati soltanto 24 anni: i fascisti di un tempo vestivano ancora ruoli di comando. Si pensi che nel 1969 il Questore di Milano era Marcello Guida, alto funzionario fascista, direttore del carcere di Ventotene dove era stato rinchiuso, tra gli altri, proprio Pertini che, all’epoca, era il presidente della Camera.

Non solo.

La Banca guardava all’Hotel Commercio, edificio che era stato occupato nel sessantotto e trasformato per alcuni mesi, prima dello sgombero, nella ‘Casa dello studente e del lavoratore’, simbolo della contestazione a Milano.

E poi, proprio lì accanto – all’altezza del Teatro Lirico – ventidue giorni prima della bomba era rimasto ucciso, nel corso di scontri in strada, l’agente di polizia Antonio Annarumma, coetaneo di Saverio Saltarelli.

Un incrocio di destini: entrambi giovani, entrambi meridionali – Annarumma era originario di Monteforte Irpino, in provincia di Avellino – entrambi al nord in cerca di fortuna. Si dice che la Banca possa essere stata scelta anche per la vicinanza al luogo della morte del poliziotto. Chissà. Di certo, la notte del 18 novembre 1969, a qualche ora dai fatti del Teatro Lirico, ci furono tumulti e ribellioni nelle caserme. Scrisse Giampaolo Pansa sul Corriere della Sera: “Caserma di piazza Sant’Ambrogio, sede del Raggruppamento ‘Milano’. La prima scintilla della rivolta si vide attorno alle 21:30, al rientro dei poliziotti inviati a Bergamo, per un servizio logorante iniziato alle tre del mattino. La notizia dell’assassinio di Annarumma ebbe l’effetto di un detonatore. Gli agenti, in gran parte giovanissimi, si raccolsero eccitati nel cortile, con l’intenzione di uscire e di marciare sull’Università Statale ‘per fare piazza pulita’ e vendicare il collega ucciso […]. All’esterno si sentivano venire dalla caserma urla sempre più alte. Poi i clacson e le sirene dei gipponi. Quindi i botti dei lacrimogeni sparati in aria” (2).

Sarà proprio un candelotto ad uccidere Saverio, un anno dopo.

L’uccisione di Annarumma segnò le scelte politiche di Saltarelli.

A raccontarlo è Fabio Stoppani (3).

Il 18 novembre a Milano era stato indetto uno sciopero generale per la casa, con comizio finale fissato al Teatro Lirico; fuori, sfilavano un corteo dell’Unione dei comunisti italiani marxisti-leninisti e un corteo di anarchici. Il clima era assolutamente pacifico. “All’improvviso – ricorda Stoppani – un reparto di polizia decise di caricare con i blindati, lanciati a folle velocità contro i manifestanti inseguiti fin sopra i marciapiedi”. Lo scontro è cruento: Annarumma viene colpito alla tempia da un grosso oggetto, forse uno dei tubi innocenti che i manifestanti stavano lanciando da un vicino cantiere. “Fu un attacco assolutamente demenziale, quello della Polizia” ribadisce oggi con la stessa rabbia Stoppani.

A qualche ora dai fatti del Teatro Lirico, alla Statale si tenne un lungo dibattito: “il Movimento studentesco che faceva riferimento a Mario Capanna considerava i poliziotti dei poveri cristi, proletari sfruttati dal potere; tant’è vero che Capanna parteciperà ai funerali di Annarumma, e verrà anche picchiato dai fascisti per questo. Altri, invece, tennero a ribadire che i poliziotti, quel giorno, avevano attaccato in modo selvaggio, sconsiderato; tra loro, il compagno internazionalista Ivo Sullam che tenne un discorso accorato, tra gli insulti degli esponenti del Movimento studentesco. Saverio si avvicinò ai comunisti internazionalisti per quel discorso, che condivise profondamente”.

C’è una storia, in particolare, che aveva colpito Saltarelli: pochi mesi prima dei fatti di Piazza Fontana, in aprile, a Battipaglia c’erano stati durissimi scontri tra la polizia e i manifestanti in lotta contro la chiusura della locale manifattura tabacchi, l’unico stabilimento industriale rimasto in città. Il 9 aprile in piazza c’erano circa diecimila persone fra braccianti agricoli, edili, pastai, operai conservieri e studenti. La polizia decise di reprimere la protesta con violenza: vennero sparati dei colpi di pistola che uccisero Teresa Ricciardi, insegnante in una scuola media di Eboli che era affacciata al balcone di casa sua, e Carmine Citro, tipografo di 19 anni, in strada con i manifestanti.

“Saverio era arrivato a Milano nel 1965 per frequentare il Liceo Berchet; la sua storia era quella di tanti altri, all’epoca, giovani meridionali di famiglie modeste che si trasferivano al nord per cercare fortuna”, ricostruisce Stoppani; “il papà era un massaro, curava le greggi, faceva la transumanza in Puglia. Da bambino, Saverio aveva aiutato il padre sui pascoli: era un giovane uomo, è vero, ma aveva già una lunga esperienza di vita e sfruttamento. Era cattolico di formazione e, per questo, arrivato a Milano frequentò per un certo periodo quegli ambienti. Terminato il Liceo, però, con l’iscrizione alla Statale iniziò ad interessarsi a dinamiche sociali più ampie. I fatti di Battipaglia lo scossero intimamente. Saverio fu toccato dalla testimonianza di Liliana, la sorella di Carmine Citro, che aveva raccontato come, con la mamma, avessero tentato più volte di convincere Carmine a tornare a casa nel corso della lunga giornata di scontri: ‘hai un lavoro, non ti immischiare…’ gli dicevano; il ragazzo, però, non le ascoltò: ‘è vero, ho un lavoro’ rispose alla sorella, ‘ma decine e decine di compagni l’hanno perso, e sento di dover restare qui per solidarizzare con loro’. Saverio si riconobbe in quel ragazzo”.

Così iniziò la sua maturazione verso il comunismo.

Saverio iniziò a cercare risposte alle sue domande nei diversi gruppi della sinistra dell’epoca, fino a quando le parole di Ivo Sullam, quel giorno alla Statale, lo convinsero ad avvicinarsi ai comunisti internazionalisti: “partecipava alle riunioni del comitato rivoluzionario di agitazione studentesca, alle iniziative nelle fabbriche di Milano e del nord, più in generale. Un impegno gravoso per lui: lavorava per mantenersi e, dunque, il tempo dedicato all’attività politica era strappato allo studio e al lavoro”, ricorda ancora Stoppani.

Saverio morirà un anno dopo, “proprio quando stava avvicinandosi ad essere un uomo di produzione politica e non solo di testimonianza – le parole di Stoppani – fino a quel momento, ci aveva donato la sua carica, la sua simpatia; era un ragazzo espansivo, intelligente e dalla straordinaria forza fisica. Aveva compreso l’importanza dello studio della politica e della storia: sono convinto avrebbe dato un contributo significativo al movimento. Per questo, lo ricordiamo con affetto ancora oggi”.

Aggiunge Ivo Sullam che Saltarelli era “fermo e schietto di parola, con una grande curiosità intellettuale e la capacità di mettere la sua intelligenza a servizio del proletariato (4). Conosceva il lavoro, veniva da una famiglia umile e sapeva il significato della parola sacrificio: per questo, aveva un grande rispetto per i lavoratori. Capì che non bastava difendere i diritti degli operai che, d’altra parte, sapevano difendersi da soli: era convinto fosse necessario sovvertire la società dello sfruttamento. Aveva compreso che il marxismo, e non quello imbastardito dal Pci sia chiaro, da quegli intellettuali organici che lavoravano al mantenimento di una società solo apparentemente democratica ed invece attraversata da bande fasciste, era la chiave di volta per una lotta davvero rivoluzionaria, verso l’abbattimento dello Stato e per il compimento di una società di liberi e uguali. Era il suo intimo convincimento”.

1) Deaglio Enrico, La bomba, Feltrinelli, 2019

2) Pansa Giampaolo ricorda la morte di Annarumma su Libero, "E se soltanto l'agente menato decidesse di ribellarsi", 5 luglio 2011

3) Stoppani all’apposizione della nuova targa per Saltarelli, Milano, 12 dicembre 2019

4) Sullam all’apposizione della nuova targa per Saltarelli, Milano, 12 dicembre 2019

 

La prima puntata: 12 dicembre 1970: una giornata cupa a Milano

La seconda puntata: "La repressione colpisce gli operai, il revisionismo li disarma"

La terza puntata: La diciannovesima vittima, dimenticata

Ultima modifica il Mercoledì, 16 Dicembre 2020 09:56

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